“Mirë ditë! Si vemi?”
Sono parole forse un po’ strane, ma che sento quotidianamente, insieme a tante altre, nel mio paesino arbëreshë in Calabria: Vena di Maida.
Le vivo tutti i giorni in casa, ascoltando i miei genitori parlare tra loro, e le sento dalle signore anziane che mi salutano per strada. (Per scoprire cosa significano, leggi fino in fondo!).
In Calabria, così come anche in altre regioni del Sud, ce ne sono parecchi di questi paesi in cui si respira e si vive un’altra cultura, insieme (e a volte anche di più) a quella italiana: è la cultura albanese che ci è stata tramandata dai nostri antenati, arrivati in queste terre ormai quasi 6 secoli fa.
A Vena parliamo arbëreshë in casa, al negozio di alimentari, dal medico, in fila alla posta…
La sensazione di chi arriva in paese e sente parlare gli abitanti è quindi sempre di stupore e meraviglia.
Le stesse sensazioni che deve aver provato lo scrittore Alexandre Dumas ritrovandosi a visitare Vena durante il suo viaggio in Calabria:
“Camminando e parlando con la nostra guida, ci parla di un villaggio chiamato Vena, che aveva conservato un costume forestiero e una lingua che nessuno comprendeva in Calabria. […] Alle prime parole che rivolgemmo ad un abitante del paese, ci fu assai facile capire che la lingua nella quale gli parlavamo gli era tanto perfettamente sconosciuta quanto a noi quella nella quale ci rispondeva; quel che uscì da questa conversazione era che il nostro interlocutore parlava un dialetto greco-italico, e che il villaggio era una di quelle colonie albanesi che emigrarono dalla Grecia dopo la conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II.”
Perché questi insediamenti albanesi in Italia? Non abbiamo molte certezze: si pensa che l’origine dei paesi arbëreshë sia stata dovuta in un primo momento al trasferimento di soldati, arrivati in Italia per porsi al servizio del Regno di Napoli e, in un secondo momento, alla fuga dall’Albania da parte di coloro che rifiutavano di sottomettersi all’impero turco.
Gli spostamenti erano motivati innanzitutto dalla vicinanza delle sponde italiane all’Albania e dai rapporti di alleanza tra Alfonso d’Aragona, re di Napoli, e Giorgio Castriota, detto Scanderbeg (cioè “Signore Alessandro”, equiparato ad Alessandro Magno), valoroso condottiero e principe albanese.
L’origine del mio paese, in particolare, è tra le più incerte: essendo uno dei primi insediamenti (tra il 1445 e il 1457), la storia della sua fondazione è legata a quanto raccontato in un antico manoscritto smentito pochi anni fa, secondo il quale si sarebbe trattato di territori dati “in premio” ai soldati di Scanderbeg per aver aiutato il re Alfonso d’Aragona a far fronte a una rivolta dei baroni capeggiata da Renato d’Angiò.
Insomma…un vero mistero storico!
Ma, in fondo, tutta la cultura arbëreshë è circondata da questo alone di leggenda e mistero.
Pier Paolo Pasolini ci ha definiti un “miracolo antropologico”, perché siamo riusciti a tramandare la cultura e la lingua (nella sola forma orale) per tutto questo tempo.
Studiando letteratura albanese all’università, riconoscevo infatti nelle varie rapsodie e ballate proprio quelle canzoni che cantavano le mie nonne e le storie che mi raccontavano.
Mi dicevano che, quando lavoravano nei campi, c’era sempre qualcuna che proponeva: “Thomi një copë Valje” (“diciamo un pezzo di “valja””, una lunga rapsodia che racchiudeva varie storie albanesi). E canticchiavano la leggenda di Costantino e Garentina: la storia di un fratello che, pur di mantenere la “besa”, la parola data alla mamma, tornò dal regno dei morti per farle rivedere la sorella, come le aveva promesso.
Certo, la lingua è molto cambiata nel corso degli anni, con tante influenze dialettali e italiane. Rispetto all’albanese, conserviamo molti termini arcaici che in Albania sono andati nel frattempo persi, e ovviamente non conosciamo le nuove forme dell’albanese moderno. Non è molto semplice, quindi, farsi capire parlando con un albanese! È un po’ come quando, da italiani, leggiamo Dante.
La lingua arbëreshë, poi, non è una sola, ma varia da paese a paese, con alcune similitudini nei paesi più vicini tra loro e con molte differenze di pronuncia e di lessico in quelli più lontani.
È sempre bello, però, incontrare “compaesani” di altri paesi arbëreshë, parlare quasi la stessa lingua, confrontarci tra noi e capire quali parole abbiamo in comune, condividere le stesse storie, filastrocche e tradizioni. È come abbracciare un parente che non si vede da tanto tempo!
Questo prezioso patrimonio linguistico è anche molto fragile: attualmente, a Vena, solo i più adulti sono in grado parlare fluentemente l’arbëreshë, mentre gli adolescenti e i bambini riescono a capirlo ma è difficile che sappiano esprimersi in lingua.
Si pone perciò il problema e il rischio che molto presto questo miracolo, per tanto tempo così resiliente, possa esaurirsi.
A questo proposito, a Vena, così come in altri paesi, non manca il lavoro instancabile di associazioni culturali, sportelli linguistici e insegnanti che cercano, con tanto impegno e creatività, non solo di valorizzare ma di “vivificare” la lingua.
Ed è così che, ad esempio, i bambini del mio paese hanno avuto l’occasione di illustrare un libro di favole arbëreshë, dopo averne ascoltato il racconto. E, passeggiando per le strade del centro storico (con i cartelli delle vie in italiano e in albanese), si può percorrere il sentiero delle Porte d’Artista, decorate a tema arbëreshë.
Ogni anno nei vari paesi si tiene, inoltre, un importante evento che riunisce molte comunità arbëreshë e permette ai ragazzi dei vari paesi di approfondire, tramite un progetto scolastico, vari aspetti della nostra speciale storia: è la “Rassegna Culturale Folcloristica per la Valorizzazione delle Minoranze Linguistiche”, arrivata alla sua XXXI edizione, e che quest’anno si terrà proprio a Vena. Sarà un’occasione unica per vivere la cultura arbërëshe, tra coloratissimi e preziosi costumi tradizionali, musica e balli, nonché un convegno per riflettere sulla situazione attuale delle minoranze linguistiche.
E sicuramente in quell’occasione troverai qualcuno che ti saluterà con delle strane parole e che ti starà semplicemente dicendo: “Buongiorno! Come va?”.
– Articolo a cura di Sandra Boca