Oltre le parole: come siamo riusciti a comunicare durante il nostro giro del mondo

Studiare una lingua straniera è fondamentale: ci apre le porte del mondo, ci permette di viaggiare con maggiore sicurezza e di accedere a culture e opportunità che altrimenti resterebbero precluse. Tuttavia, quando si viaggia davvero, ci si rende conto che la conoscenza teorica di una lingua non basta. Dietro la comunicazione verbale c’è molto di più: ci sono l’empatia, l’adattabilità, il linguaggio del corpo e la voglia di capirsi.

A mostrarcelo da una prospettiva unica sono Marco e Sabina (potete seguire le loro avventure su Instagram @marcoesabi), due ragazzi che hanno scelto di lasciare tutto — lavoro, auto, casa — per realizzare il loro più grande sogno: fare il giro del mondo. In sette mesi di viaggio hanno sperimentato in prima persona cosa significa davvero superare ogni barriera linguistica.

Ecco il racconto diretto della loro esperienza e di ciò che hanno imparato sul campo.

Noi siamo Marco e Sabina, due ragazzi che hanno lasciato tutto — lavoro, auto, casa — per realizzare il nostro più grande sogno: fare il giro del mondo. In sette mesi di viaggio abbiamo sperimentato in prima persona cosa significa davvero superare la barriera linguistica.

Comunicare vs parlare: l'arte di capirsi senza parole

Nel nostro viaggio abbiamo sperimentato una grande differenza tra il comunicare e il parlare con altri popoli.
L’atto di comunicare, in fin dei conti, non ci è sembrato così complicato quando si tratta di esprimere concetti semplici, come chiedere il prezzo di qualcosa, sapere dove si trova un luogo o scegliere cosa mangiare. Se è presente un menù, basta indicare con il dito e accompagnare il gesto con un sorriso. Se c’è bisogno di contrattare o capire un prezzo, si usano le dita o (specie in quei Paesi dove la valuta si calcola “a migliaia”) si digita l’importo direttamente sulla calcolatrice che ogni commerciante ha a portata di mano. Se si vuole raggiungere una destinazione, basta nominarla e seguire le indicazioni a gesti.

Per sentirci più vicini alle persone locali, in ogni Paese visitato abbiamo chiesto come dire le parole di cortesia più semplici: grazie, prego, buongiorno, ciao ed è squisito (sì, ci teniamo molto a dare il nostro feedback sul cibo!).

La tecnologia come risorsa d'emergenza

Come ultima spiaggia per comunicare, abbiamo usato il traduttore sullo smartphone. Ogni volta che avevamo a disposizione una connessione Wi-Fi, ci premunivamo di scaricare i pacchetti lingua offline, così da poterli utilizzare in caso di emergenza anche senza Internet.

Mentre la calcolatrice ci è servita spesso per verificare i prezzi con certezza, il traduttore lo abbiamo usato raramente, solo in caso di forti incomprensioni o per gestire una contestazione. Ricordiamo, ad esempio, un episodio con un benzinaio indonesiano che voleva farci pagare più di quanto segnato dal distributore. In quel caso, abbiamo dovuto usare la traduzione automatica per chiarire che non avevamo intenzione di pagare una cifra maggiorata.

Il linguaggio universale del sorriso e dell'ironia

Non riuscire a esprimersi con chiarezza, talvolta, si è rivelato persino divertente. Ricordiamo con un sorriso un’incomprensione in Laos con alcune ragazze che ci chiedevano quale condimento volessimo nel riso. Per via della barriera linguistica, fare il gesto del pollo con le braccia è stato immediatamente comprensibile e incredibilmente spassoso. Ridere insieme per un gesto così semplice ha reso quel momento unico.

Ed è proprio questa la vera chiave del linguaggio umano: il sorriso

Chiedere qualsiasi cosa con un accenno di sorriso ci ha aperto strade inaspettate, offrendo alle persone l’occasione di mettere da parte l’imbarazzo per far emergere la loro gentilezza e la voglia di aiutare o condividere. Ci è capitato più volte di bere una birra in compagnia, ridendo come vecchi amici, gesticolando e mimando, annuendo a vicenda senza che nessuno avesse capito una singola parola dell’altro. È un aspetto che spesso dimentichiamo: essere uniti è semplice. Spesso non servono parole, ma solo un sorriso e un po’ di umana complicità.

L'Inglese come la chiave per comprendere a fondo le culture

Nel corso del viaggio abbiamo parlato diverse lingue (specialmente con gli altri viaggiatori), ma l’inglese resta indubbiamente la lingua universale per eccellenza.

Grazie alla conoscenza dell’inglese abbiamo trovato centinaia di porte aperte. Siamo stati ospitati nelle case delle persone, abbiamo condiviso momenti indimenticabili, ci siamo tirati fuori dai guai e abbiamo potuto approfondire la realtà locale. Nei Paesi in cui l’inglese non è la lingua primaria, incontrare per caso abitanti del posto che lo parlavano ha reso l’esperienza ancora più straordinaria.
Riuscire a dialogare in inglese con i local ci ha permesso di comprendere a fondo la loro cultura. È bellissimo poter fare discorsi più profondi su ciò che all’inizio appare inspiegabile o semplicemente curioso.

Abbiamo fatto tantissime domande su tradizioni, cibo, leggi, religioni, clima e fauna. Senza l’inglese non avremmo mai scoperto dettagli affascinanti come:

– L’obbligo a Singapore di acquistare una licenza decennale dal valore di circa 130.000 € per ogni auto posseduta.

– Il significato profondo del tipico cappello conico vietnamita.

– Il valore del puntino sulla fronte (Bindi) delle donne indu.

– Il motivo per cui in Asia alcuni uomini lasciano crescere l’unghia del mignolo.

– Perché in alcune lavanderie locali viene richiesto un supplemento per ogni singolo capo di biancheria intima femminile.

Dove è più facile comunicare in inglese? Ecco la nostra classifica

Sulla base della nostra esperienza sul campo, abbiamo stilato una classifica dei Paesi visitati, ordinati da quello con la maggiore padronanza dell’inglese a quello con la minore:

  1. 1. Singapore
  2. 2. India
  3. 3. Malesia
  4. 4. Indonesia (Bali)
  5. 5. Cambogia
  6. 6. Indonesia (Giava)
  7. 7. Vietnam
  8. 8. Thailandia
  9. 9. Turchia
  10. 10. Georgia
  11. 11. Laos

Abbiamo anche imparato che questa graduatoria non è casuale, ma rispecchia fattori storici, sociali ed economici ben precisi:

– I Paesi ai primi posti (Singapore, India, Malesia): L’inglese ha un ruolo centrale per ragioni storiche (ex colonie britanniche) ed è tuttora lingua ufficiale, amministrativa o di insegnamento nel sistema scolastico. Qui l’inglese non è solo una lingua turistica, ma un mezzo di comunicazione quotidiano tra etnie diverse.

– La fascia intermedia e il “fattore turismo” (Bali, Cambogia, Vietnam, Thailandia): In queste zone il livello di inglese è direttamente proporzionale al flusso turistico. A Bali (rispetto a Giava) o nelle zone ad alta densità turistica della Cambogia e della Thailandia, le persone che lavorano nell’accoglienza lo parlano con disinvoltura. Tuttavia, allontanandosi dalle rotte principali, la padronanza crolla rapidamente a favore delle lingue locali.

– I Paesi in fondo alla lista (Turchia, Georgia, Laos): Qui l’inglese incontra barriere strutturali o culturali. In Georgia, ad esempio, la seconda lingua storicamente più diffusa tra le vecchie generazioni è il russo (anche se i giovani stanno virando decisi verso l’inglese). In Turchia e Laos, la forte identità linguistica locale, associata a un sistema scolastico che solo di recente ha potenziato l’insegnamento delle lingue straniere, rende l’inglese una rarità al di fuori dei grandi alberghi o delle agenzie di viaggio.

Questa esperienza ci ha insegnato che la barriera linguistica non è mai un limite insormontabile e che, con un po’ di impegno (e l’aiuto della tecnologia), si può risolvere qualsiasi situazione pratica. Allo stesso tempo, però, abbiamo capito quanto possa essere faticoso non potersi esprimere appieno e come avere anche solo una lingua in comune sia un valore inestimabile, capace di rendere meravigliosa l’interazione tra noi, cittadini di questo fantastico mondo.

Un saluto,
Marco e Sabina 🌏(@marcoesabi)

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